Mela di Verona

La diffusione della mela nel territorio veronese ha origini molto antiche. In epoca romana, era segnalata la presenza di mele veronesi dalle caratteristiche specifiche (le cosiddette mele lanate, che erano ricoperte da una leggera lanugine). In documenti del XIV e XV sec. è riportata l’esistenza di una produzione in grandi quantità di “frutti saporosi d’ogni stagione e d’ogni tipo”, tra i quali anche i “pomi”. Tali documenti fanno riferimento, in particolare, a sistemi di produzione familiari, effettuati per lo più negli “orti e broli” dei grandi possidenti dell’alta pianura veronese e della fascia pede-collinare, cui va ricondotta gran parte dell’orto-frutticoltura veronese di quel periodo. Per la produzione su larga scala, infatti, bisogna attendere i primi del Novecento quando la cultura del melo nel veronese risulta essere seconda solo alla peschicoltura.

 Oggi la "Mela di Verona" la cui zona di produzione interessa il territorio di una cinquantina di comuni circa tra i quali Albaredo, Legnago, Sommacampagna, Palù e Zevio è, insieme a quelle del Trentino, una delle più apprezzate dai consumatori. La mela veronese, infatti, suddivisa per gruppi Golden delicius, Red delicius, Gala, Morgenduf, Granny smith, Fuji e Braeburn si distingue subito ad un primo assaggio per un'elevata croccantezza, la bassa acidità e l'aroma spiccato. Il calibro dei frutti non deve essere inferiore a 70 mm. Sulla base di queste qualità a Zevio nel mese di ottobre, ormai da cinquant'anni, il comune organizza una rassegna tesa a promuovere e diffondere sempre di più nei mercati il prodotto tipico ed il territorio stesso.  

Le metodiche di lavorazione sono quelle tipiche della coltura della mela, con coltivazione su suoli argillosi e ben soleggiati, in assenza di trattamenti antiparassitari. Dopo la raccolta, che avviene a mano, il prodotto non è soggetto a trasformazioni poiché è destinato al consumo allo stato fresco, tuttavia può essere conservato alcuni giorni nelle celle frigorifere.